Unità Pastorale

San Stino di Livenza

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LA PARROCCHIALE SANTO STEFANO

di Luigi Perissinotto

LA PARROCCHIALE SANTO STEFANO SORGE APPARTATA TRA IL VERDE IN UN LUOGO RICCO DI ANTICHE MEMORIE

In un territorio isolato com’era in passato quello sanstinese, invaso in gran parte dalla palude e pressoché privo di strade, la Livenza era una naturale, indispensabile via di comunicazione che permetteva i collegamenti tra le comunità poste lungo le sue rive. Oltre alle abitazioni, anche gli edifici di culto sorsero vicino al fiume, orientati, secondo un’antica tradizione, in modo che il sacerdote celebrante fosse rivolto nella direzione da cui era venuta la luce del messaggio cristiano.

Ciò spiega il motivo per cui la chiesa di San Stino si trova in zona periferica e gira le “spalle” al centro abitato sviluppatosi in tempi piuttosto recenti verso la ferrovia e la statale Triestina che, rispettivamente a partire dal 1886 ed al 1922, attraversano il paese.

Altre chiese della zona con forti legami storici tra loro, riguardo ad ubicazione ed orientamento, presentano le stesse caratteristiche della parrocchiale Santo Stefano. Si pensi, per esempio, a quelle di Corbolone e Lorenzaga, alla vecchia chiesetta del Rosario risalente al XVI secolo e all’attuale ricostruita agli inizi del ‘900, all’antichissima S.ta Maria di Grumello (S. Alò), una delle più antiche della diocesi di Concordia inghiottita ancor prima del Mille dalla palude e, infine, alla chiesa di S.ta Maria de La Salute, sorta nel 1766, addossata alla Livenza e demolita nel 1923.

Stando alla bolla di papa Urbano III del 12 marzo 1186, si può ipotizzare che la parrocchia di San Stino (plebem de S.Steno) abbia avuto origine intorno all’undicesimo secolo e che la chiesa primitiva sia sorta nel luogo in cui si trova quella attuale, a breve distanza dal Castello eretto nella stessa epoca dai Prata, voluto dai patriarchi di Aquileia quale fortezza posta a presidio degli estremi confini occidentali del Friuli.

Analizzando i documenti cartografici veneziani del XVI e XVII secolo si rileva che, come ai nostri giorni, era possibile accedere alla parrocchiale percorrendo due strade diverse: una (l’attuale via F.lli Martina) costeggiava la Livenza passando davanti al Castello, l’altra (la Strada Bassa, ora via Popolo), passando accanto alla vecchia canonica, consentiva anche l’accesso al cimitero che fiancheggiava il lato occidentale della chiesa stessa.

Monsignor Cesare De Nores, vescovo di Parenzo, dopo il Concilio di Trento, in tempo di controriforma, incaricato dalla Santa Sede di ispezionare la diocesi di Concordia, giunse a San Stino il 27 ottobre 1584. Nel verbale redatto in seguito a tale visita, custodito nell’archivio vescovile di Padova, si trovano interessanti informazioni sulla vecchia chiesa: era dotata di sacrestia, fonte battesimale, cimitero e campanile (posto a sud-ovest). All’interno c’erano tre altari: l’altar maggiore dedicato a S.to Stefano e gli altri due al SS. Sacramento e alla Beata Vergine Maria. Il De Nores, tra le altre cose, al termine della sua visita, nelle Ordinationes raccomanda al parroco Gian Nicolò Pizzolito (o Picciolotti) di provvedere al più presto alla recinzione del cimitero (fiant muri cemeterii … in termine ut intus). Nello stesso verbale il visitatore attesta pure che la parrocchia aveva in cura 750 anime, di cui 250 senza comunione (habet curam animarum 500 comunionis, non comunionis 250).

In seguito al continuo incremento demografico la chiesa dovette subire nel tempo vari ampliamenti in lunghezza. Un disegno rinvenuto nell’archivio parrocchiale riproduce la pianta dell’edificio com’era nel 1846: aveva un’ampia crociera e diverse cappelle, misurava 30 metri in lunghezza e solo 9 in larghezza.

Tranne parte dell’abside, che era stata rifatta poco tempo prima, questa vecchia chiesa venne demolita. La costruzione di quella attuale, nello stesso posto e con lo stesso orientamento, utilizzando anche il materiale edilizio di quella precedente, ebbe inizio nel giugno 1864. Da due anni era arciprete di San Stino don Giacomo Davanzo. Per affrontare l’impresa ottenne dal comune un contributo che copriva oltre la metà della spesa preventivata per l’esecuzione dell’opera al grezzo (13.194 fiorini) ed impegnò i capifamiglia della parrocchia a versare ratealmente per sei anni le quote necessarie al pagamento di quasi l’intera cifra rimanente. Molti, anziché versare denaro, concorsero con giornate di lavoro oppure con il recupero ed il trasporto di materiali ricavati da case in demolizione. Progettista e titolare dell’impresa costruttrice furono rispettivamente l’ingegnere Antonio Bon e Giobatta Rupolo di Caneva di Sacile. Il contratto prevedeva che l’opera venisse eseguita entro l’agosto del 1865. L’aula, voltata a botte, è composta da un’unica navata appena articolata da quattro cappelle e due ingressi laterali; misura in larghezza metri 18,55 e in lunghezza metri 22,80. L’abside è lunga metri 6,58 e larga metri 5,30; il catino semicircolare è profondo metri 3.50.

Alla costruzione seguì una lunga e costosa vertenza tra il Rupolo e la fabbriceria che durò ben 28 anni. Internamente rimasero da compiere parecchi lavori. Nel frattempo, comunque, i sanstinesi con don Davanzo e con il suo successore don Raimondo Bertolo, su progetto dell’arch. D’Aronco di Udine, ebbero l’ardire di gettare le fondamenta (1872) e poi, nel 1895, di completare il nuovo campanile alto metri 56,32 in sostituzione del traliccio in legno eretto nel lontano 1804 allorché quello vecchio pericolante venne demolito.

Toccò a don Michele Martina, dopo il primo conflitto mondiale, l’onere di finire la chiesa completando la volta del soffitto e facendo eseguire varie rifiniture. Per compiere tali lavori ebbe un contributo dal Genio Militare mentre il Commissariato per le Riparazioni del Danni di Guerra provvide direttamente ad aggiustare il campanile danneggiato da una granata e alla fusione nonché al ripristino, da parte della Ditta F. dé Poli di Vittorio Veneto, delle campane, in sostituzione di quelle asportate dagli Austro-Ungarici. L’inaugurazione avvenne con festoso scampanio il giorno di Pasqua 1922.

In precedenza, nel febbraio 1919, era sta acquistata dalla Ditta Bottacin la Via Crucis tuttora appesa alle pareti dell’aula. Sempre in quegli anni venne installato l’attuale Altare Maggiore. Quello vecchio fu donato nel 1924 alla Chiesa di La Salute, dove si trova tutt’oggi. Da una nota del pittore Gobbis di Motta di Livenza, che nel 1855 effettuò un lavoro di restauro, si apprende che nella pala posta sopra tale vecchio altare erano raffigurati Santo Stefano, San Giovanni Battista, San Silvestro, due angeli e la Beata Vergine con Bambino. Nel 1920, ultimati i lavori all’interno della chiesa, don Martina incaricò il pittore Giovanni Fantoni di Gemona, suo compaesano, di abbellirla nella parte alta con alcuni dipinti.

Fig.4

Nella volta del vano presbiterale ci sono quattro medaglioni riproducenti gli Evangelisti e nel catino absidale vi è l’ovale della Sacra Famiglia. Nel lunettone di controfacciata è raffigurato Santo Stefano diacono che fa la carità a un paralitico (Fig.4) mentre nel grande soffitto a botte dell’aula, dello stesso Santo campeggia il Martirio (Fig.5).

Fig.5

Giovanni Fantoni, da giovane aveva appreso l’uso del colore seguendo lo zio Tommaso, valente pittore, noto ed apprezzato ai suoi tempi. La critica definisce Giovanni artista “minore” e “ottimo artigiano”. Nell’eseguire il Martirio di Santo Stefano copiò un’analoga opera di Cesare Damiani (1826-1901) realizzata a Roma nella basilica di San Lorenzo al Verano che andò distrutta durante i bombardamenti del 1943.

Un’operazione avviata di concerto con il podestà Segati nel 1932 e conclusasi con la firma di un atto di compravendita, in data 4 febbraio 1935, determinò una radicale trasformazione dell’area retrostante la parrocchiale. Si era presentata, per usare le parole del parroco, “una combinazione propizia […] per dare luce ed aria alla chiesa”. La parrocchia cedette al comune la vecchia e fatiscente canonica, fabbricato di 3 piani e 28 vani, da demolire, e un’area di terreno di circa 2.300 metri che permise l’ampliamento del piazzale (ora piazzale S.to Stefano) e il collegamento, mediante un breve raccordo, di via del Popolo con via F.lli Martina (all’epoca via Adua e via Chiesa). Il Comune, in cambio di ciò, corrispondendo la somma di 40.000 lire da versare in dieci annualità, permise l’acquisto da parte della parrocchia del bel fabbricato con relativo terreno circostante, che la Cassa di Risparmio di Venezia aveva acquisito in seguito ad asta fiscale. Fu così che la villa ex Mazzotto divenne canonica.

La sistemazione dell’area è da inserire nel contesto dei grandi cambiamenti verificatisi in territorio sanstinese negli anni ’20-’30: deviazione della Livenza, scavo del Malgher e costruzione del ponte, apertura di via del Littorio (Matteotti), bonifica delle Sette Sorelle, … .

Nel 1945 don Giuseppe Gardonio, succeduto da due anni a don Martina, dopo aver esaminato i progetti presentati dall’Ing. Arch. V. Fantucci prima, e poi dall’Ing. F. Gusso di Venezia, valutò seriamente l’idea di girare la facciata della chiesa verso il paese. Ma, a guerra finita, tale proposito venne del tutto abbandonato tant’è che pochi anni più tardi, in fondo all’abside, dietro l’altare maggiore, venne collocato l’organo a trasmissione elettrica acquistato dalla Ditta F.lli Ruffati di Padova. L’inaugurazione, con un gran concerto del maestro Goffredo Giada, avvenne il 29 luglio 1951.

Il mobile stile rinascimento collocato in sacrestia nel giugno 1949 in noce massiccio è opera della bottega artigiana Domenico Dal Ferro di Motta di Livenza. La statua in legno del Bambino Gesù posta in alto, proveniente da Ortisei è dell’artista Maroder. Per il pagamento di questi due manufatti, don Gardonio ebbe un provvidenziale contributo offerto da Regina Guerra, una sanstinese emigrata a New York.

I settecenteschi altari marmorei policromi dell’aula custodiscono opere di epoche diverse. Nel primo a sinistra c’è la tela della Vergine dell’Apocalisse di Joseph Calore, artista vicentino, datata 1804. Ai lati ci sono due sculture raffiguranti Santa Eurosia e Santa Maria Maddalena, probabilmente uscite dalla bottega del Pilacorte (1455-1531). Nell’altare successivo è collocato il pregevole San Biagio realizzato ad olio nel 1905 da Giuseppe Cherubini (Ancona 1867 – Venezia 1960) su commissione di don Raimondo Bertolo. In quel tempo era stata affidata allo stesso artista l’esecuzione dei dipinti della Chiesetta del Rosario, ricostruita da poco ed inaugurata il 30 ottobre 1904. Sulla parete opposta, di fronte a quello di San Biagio vi è l’altare con tela di San Valentino. Trattasi di un’opera seicentesca di buona fattura. Oltre alla bella figura del Santo Vescovo posta su un alto trono compaiono S. Antonio e S. Osvaldo (non San Floriano come potrebbe far supporre la presenza di un secchio). Si desume che si tratta di S. Osvaldo, e non del Santo venerato contro gli incendi, dalle vesti da soldato, dalla corona e dallo scettro, simbolo dell’autorità sovrana. Oltre a ciò è pure significativo il fatto che in passato a San Stino, unitamente alle Confraternite del Santissimo, della Beata Vergine della Concezione, del Crocifisso e di S. Gottardo, era attiva pure quella di S. Osvaldo titolare, al pari delle altre, di un altare.

Attualmente, a ricordare l’esistenza della Confraternita di S. Gottardo, sotto la tela di S. Valentino, è rimasto un piccolo tabernacolo che, come si legge nella scritta in rilievo della portella, custodiva le reliquie del Santo.

Il quarto altare, di fronte a quello della Vergine, un tempo detto “del Crocifisso”, a partire dal 1950 circa custodisce il Sacro Cuore, statua lignea di scultore gardenese.

Nel 1932 i dipinti della Vergine e di San Valentino vennero fortemente rimaneggiati. L’opera del Calore, in particolare, subì modifiche cancellazioni ed aggiunte tali da risultare quasi irriconoscibile. E’ tornata ad essere com’era grazie al restauro eseguito nel 2004 sotto la Direzione della Soprintendenza dei Beni Artistici del Veneto. L’asportazione della ridipintura e le integrazioni di colore effettuate hanno riportato in luce un cielo percorso da un turbinio di nubi e restituito al volto della Vergine l’originaria espressione suadente e materna (Fig.6).

Fig.6

Il 21 aprile 2001 sopra i due ingressi laterali sono state collocate due grandi tele del pittore sanstinese Antonio Boatto raffiguranti L’incontro di Gesù con la Samaritana e La moltiplicazione dei pani e dei pesci. Dello stesso autore, l’8 giugno 2002, ad arricchire la mensa dell’altare maggiore è stato posto un paliotto in bronzo in cui è rappresentata L’ultima cena.

Luigi Perissinotto

1. La Nostra Storia

3. Il Campanile della Chiesa Parrocchiale